Editoriale

"Si o no questo è il dilemma"
pettrend 09 2016

Non è certo mia intenzione prendere posizione sul referendum costituzionale. Come direttore di questa rivista rivolta agli operatori del petcare non ne avrei una giustificazione di ruolo e tanto meno di spazio. Questo mensile, che si è imposto nel giro di pochi anni rivolgendosi a tutti gli specialisti del nostro settore, è sempre stato attento a non fare politica a meno che si intenda riferita al nostro comparto. Ci siamo sempre mossi, quindi, solo nell’interesse dei professionisti che con fatica e impegno, nonostante la crisi, continuano a sostenere questo settore senza arrendersi e continuando tutte le mattine ad aprire la saracinesca di un petshop o la porta di un ufficio per svolgere con professionalità il proprio lavoro sperando che possa essere una buona giornata, magari migliore di quella precedente. Noi ci siamo sempre sentiti al fianco di questo mondo reale e ci siamo sempre impegnati per aiutarlo a crescere e a svilupparsi trovandoci spesso in conflitto con il mondo politico ed istituzionale che purtroppo comprende poco le nostre esigenze e raramente ascolta le nostre richieste. Il problema vero è che il nostro futuro non saremo noi a determinarlo ma dipende dalle decisioni che altri prenderanno anche per noi. Se il nostro settore, che ancora oggi nonostante tutto resiste per lo sforzo di tutti i professionisti che vi operano, dovesse entrare in difficoltà o in crisi nessuno potrà addebitarci responsabilità perché non saremo stati certamente noi i colpevoli di questa evoluzione. Altri per noi avranno preso decisioni che potranno penalizzare il nostro lavoro senza minimamente ascoltare o considerare le nostre richieste per mantenere positivo lo sviluppo del nostro settore. È certamente una situazione di disagio, se non di impotenza, che credo stiamo vivendo tutti. Nel giro di pochi mesi, lasciando pur perdere le situazioni drammatiche che stanno vivendo molti paesi vicino a noi, una serie di referendum sembrano essere determinanti per l’economia del nostro paese. È iniziato tutto con Brexit il cui risultato nessuno si aspettava e che invece ha messo pesantemente in crisi il sistema europeo penalizzando soprattutto quelle economie più fragili come la nostra. Secondo gli esperti l’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea costerà all’Italia uno 0,3/0,4 di Pil e non è poco se pensiamo che le nostre prospettive erano dello 0,8/0,9. Di seguito il referendum in Ungheria, pur non avendo raggiunto il quorum, ha comunque evidenziato come molti stati europei non siano assolutamente disposti a sollevarci, almeno in parte, del gravoso problema dell’accoglienza dei profughi che sempre più numerosi sbarcano sulle nostre coste. Quasi contemporaneamente un referendum indetto in Svizzera, nel Canton Ticino, ha visto vincere, sia pure di poco, la posizione di quanti chiedono forti restrizioni sul lavoro dei frontalieri in termini di assunzioni, di controlli e di stipendio. Se fosse applicata rigidamente una logica simile significherebbe per l’Italia la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro che metterebbe in crisi il sistema occupazionale del nord della Lombardia che gravita fortemente sulla Svizzera. Infine, il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi con un referendum costituzionale sulle modifiche approvate dal Parlamento. Nonostante la maggior parte degli italiani non sappia su cosa si vota, le previsioni stimano un paese spaccato in due in modo molto netto e duro. Purtroppo il confronto sul tema delle modifiche è diventato in verità uno scontro fra “bande” che difendono interessi elettorali esprimendo un sì o un no solo in funzione di un sostegno o di una critica al Governo. Quello che vorremmo noi, invece, sarebbe un confronto serio sui temi che devono urgentemente essere affrontati per ridare fiato alla nostra economia. Noi vorremmo continuare tutte le mattine ad alzare la saracinesca del nostro negozio o aprire la porta del nostro ufficio. Nonc’è più tempo da perdere.

Antonio Manfredi

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